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Sentenze

In questa sezione trovate una selezione delle  principali sentenze  in materia di rifiuti , emesse negli ultimi 3 anni.

(aggiornamento 25/01/11)

 

ACQUE

Acque destinate al consumo umano

Spetta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 244 del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163, la controversia avente ad oggetto l'impugnazione dell'atto di affidamento del servizio di analisi e controllo delle acque destinate al consumo umano, adottato all'esito di una gara pubblica da una società a capitale interamente pubblico costituita da un comune e dallo stesso finanziata per la gestione del servizio idrico in regime di non concorrenza: trattasi infatti di appalto soggetto alle regole di evidenza pubblica, sia ai sensi degli artt. 206 e 209 del d.lgs. n. 163 cit., perché riguardante un servizio relativo al settore c.d. escluso delle acque, sia ai sensi dell'art. 20, comma secondo, del medesimo d.lgs., che estende dette procedure agli appalti di servizi inclusi nell'allegato II-A, anche se di importo inferiore alla soglia comunitaria, sia, infine, perché conferito da un soggetto qualificabile come organismo di diritto pubblico (qualifica, questa, non incompatibile con quella di impresa pubblica), in quanto istituito e finanziato da un ente pubblico per il soddisfacimento di esigenze di interesse generale in regime non concorrenziale, rispetto alle quali l'eventuale svolgimento di attività commerciale o industriale assume carattere strumentale.
Cass. civ., sez. U, Ordinanza n. 22584 del 26/10/2009
 

Acque reflue domestiche

Rientrano nella nozione di acque reflue domestiche i reflui derivanti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi, purché provenienti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche. (Nella specie, sono state considerate acque reflue domestiche e non acque industriali quelle provenienti dalle docce e dai servizi igienici di campi di calcetto e di tennis).
Cass. pen., Sez. 3, Sentenza n. 41850 del 30/09/2008 Ud.  (dep. 07/11/2008 )
 

Argini e alvei

In materia di distanze delle costruzioni dagli argini, i divieti di edificazione stabiliti dall'art. 96 del r.d. 25 luglio 1904, n. 523, sono informati alla ragione pubblicistica di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici.
Cass. civ., Sez. U, Sentenza n. 17784 del 30/07/2009
 

Integra i delitti di modificazione dello stato dei luoghi e di invasione di terreni, procedibili d'ufficio per la destinazione ad uso pubblico del bene, l'occupazione, con apprezzabile modificazione dello stato dei luoghi, di parte della sponda di un torrente per la realizzazione di opere edili, anche se detto torrente non sia iscritto nell'elenco delle acque pubbliche, dato che la presunzione di demanialità di tutte le acque può essere superata solo con la prova che quello specifico corso d'acqua, per le sue caratteristiche, è inidoneo alla realizzazione di usi di pubblico e generale interesse.
Cass. pen., Sez. 2, Sentenza n. 44926 del 05/11/2008 Ud.  (dep. 02/12/2008 )
 

L'art. 96, lett. f), del r.d. 25 luglio 1904, n. 523, in materia di distanze delle costruzioni dagli argini, ha carattere sussidiario, essendo destinato a prevalere solo in assenza di una specifica normativa locale. Tuttavia, quest'ultima, che può anche essere contenuta nello strumento urbanistico, per derogare alla norma statale, deve essere espressamente destinata alla regolamentazione delle distanze dagli argini, esplicitando le condizioni locali e le esigenze di tutela delle acque e degli argini che giustifichino la determinazione di una distanza maggiore o minore di quella indicata dalla norma statale.
Cass. civ., Sez. U, Sentenza n. 19813 del 18/07/2008
 

In base al disposto dell'art. 917, secondo comma, cod. civ., qualora la distruzione degli argini o l'impedimento al flusso delle acque sia dovuto all'opera di uno dei proprietari, le spese di riattamento dovranno essere sopportate soltanto da lui ed egli sarà tenuto anche al risarcimento dei danni secondo gli ordinari principi della responsabilità per fatto illecito, che non possono prescindere dall'elemento soggettivo del dolo o della colpa, che deve sempre caratterizzare la condotta, commissiva o omissiva, del soggetto chiamato a risponderne.
Cass. civ., Sez. 2, Sentenza n. 14664 del 03/06/2008
 

Bonifica e ripristino ambientale

Il reato di cui all'art. 257 T.U. ambientale è estinto dalla bonifica operata, secondo le disposizioni del progetto approvato dall'autorità competente, dal soggetto che ha causato l'inquinamento del sito, a prescindere dalla natura (pericolosa o meno) delle sostanze inquinanti.
Cass. pen., sez. 3, Sentenza n. 22006 del 13/04/2010 Ud. (dep. 09/06/2010 )
 

È infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata in relazione agli artt. 25, comma secondo, 76 e 97 della Costituzione, degli artt. 240, 242, 257 T.U. ambientale, per violazione dei principi di tassatività e determinatezza, eccesso di delega e violazione del principio di logicità dell'azione amministrativa, poiché l'art. 1, comma ottavo, della legge delega n. 308 del 2004 attribuiva ai decreti legislativi delegati, al fine di garantire una più efficace tutela ambientale, anche la potestà di integrare il sistema sanzionatorio penale, pur senza alterare i limiti di pena previsti in precedenza, ed il sistema delineato dalle norme censurate, attraverso la sanzione penale, da un lato persegue l'obiettivo di indurre chi inquina ad attivarsi tempestivamente per rimuovere le conseguenze dannose della propria condotta, notiziando tempestivamente le Autorità competenti del verificarsi degli eventi in grado di contaminare il sito, e, dall'altro, si preoccupa di assicurare il corretto ed effettivo adempimento delle prescrizioni finalizzate alla bonifica del sito stesso.
Cass. pen., sez. 3, Sentenza n. 22006 del 13/04/2010 Ud. (dep. 09/06/2010 )
 

In tema di reati di inquinamento delle acque, il giudice, nel subordinare il beneficio della sospensione condizionale della pena all'esecuzione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino, ha il potere di individuare in concreto le modalità di esecuzione degli interventi ripristinatori, e non è vincolato al riferimento alla procedura indicata per le diverse ipotesi di bonifica e ripristino ambientale disposti in sede amministrativa. (La Corte ha altresì precisato che, ove non provveda a subordinare la concessione del beneficio agli indicati adempimenti limitandosi ad emettere la sentenza di condanna o di patteggiamento, il giudice deve disporre la trasmissione del provvedimento al Ministero dell'Ambiente per l'attivazione della procedura amministrativa di cui all'art. 17 D.Lgs. n. 22 del 1997).
Cass. pen., Sez. 2, Sentenza n. 20681 del 28/03/2007 Ud.  (dep. 25/05/2007)
 

Canone

In tema di canoni di fognatura e depurazione, il relativo obbligo di pagamento, ove non assolto dal cedente l'azienda, grava sul cessionario della stessa in via di responsabilità solidale, ex artt. 2560 e 2562 cod. civ., attenendo esso, ai sensi dell'art. 17-ter della legge n. 319 del 1976, per il suo rinvio all'art. 298 del r.d.1175 del 1931 ed all'art.63 della legge n. 4021 del 1877, alla remunerazione di un servizio, quello dello smaltimento delle acque e dei rifiuti; ne consegue che, una volta effettuato, tale pagamento estingue un'obbligazione gravante in proprio anche sull'affittuario d'azienda che produceva i rifiuti da smaltire, pur non essendo configurabile come obbligazione "propter rem".
Cass. civ., sez. 1, Sentenza n. 20577 del 04/10/2010
 

Le controversie relative alla debenza, a partire dal 3 ottobre 2000, del  canone per lo scarico e la depurazione delle acque reflue spettano alla  giurisdizione del giudice ordinario, anche se promosse successivamente al  3 dicembre 2005, data di entrata in vigore dell'art. 3-bis, comma 1, lett.  b), del d.l. 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni,  dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248, che ha  modificato l'art. 2, comma 2, secondo periodo, dal d.lgs. 31 dicembre  1992, n. 546, avendo la Corte costituzionale, con sentenza n. 39 del 2010,  dichiarato l'illegittimità costituzionale della predetta disposizione,  nella parte in cui attribuiva tali controversie alla giurisdizione del  giudice tributario, sia in relazione alla disciplina del canone prevista  dagli artt. 13 e 14 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, sia riguardo  all'analoga disciplina dettata dagli artt. 154 e 155 del d.lgs. 3 aprile  2006, n. 152 per le controversie relative alla debenza del canone a  partire dal 29 aprile 2006.
Cass. civ., sez. U, Ordinanza n. 14902 del 21/06/2010
 

In tema di concessioni di derivazione di acque pubbliche per uso idroelettrico, la mancata effettiva fruizione della derivazione da parte del concessionario - se dovuta ad impossibilità di funzionamento dell'impianto ascrivibile a cause di forza maggiore o, comunque, ad eventi non imputabili al medesimo concessionario - può avere rilevanza ai fini dell'esigibilità dell'addizionale regionale del relativo canone, la quale postula un nesso oggettivo con l'utilizzazione effettiva, o almeno potenziale, della risorsa idrica. (Nella specie, le S.U. hanno confermato la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche che aveva riconosciuto il diritto dei concessionari ad ottenere la restituzione delle somme versate a titolo di addizionale regionale, in quanto i Comuni territorialmente competenti avevano negato loro le concessioni edilizie per la realizzazione delle opere necessarie al prelievo idrico).
Cass. civ., Sez. un., Sentenza n. 16035 del 07/07/2010 (Rv. 613877)
 

La controversia, promossa in sede giurisdizionale in epoca successiva all'1 aprile 1996 (data di intervenuta vigenza ed operatività del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546), concernente l'accertamento della debenza di canoni di depurazione di acque reflue, di cui all'art. 17 della legge 10 maggio 1976, n. 319, appartiene - trattandosi di prestazioni patrimoniali qualificabili come tributi comunali - alla giurisdizione delle commissioni tributarie, anche quando detta controversia sia originata dall'impugnazione del provvedimento ministeriale conclusivo del procedimento di ricorso gerarchico previsto dall'art. 20 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 638 (poi abrogato dal d.lgs. n. 546 del 1992); nè la pendenza, anteriormente all'indicata data dell'1 aprile 1996, di detto contenzioso dinanzi all'autorità amministrativa, dal citato art. 20 configurato come prodromico alla istituzione di vertenza riservata alla cognizione del giudice ordinario, rileva ai fini dell'operatività del principio della "perpetuatio iurisdictionis" (e quindi, nel caso, del mantenimento della giurisdizione del giudice ordinario), tale principio non essendo invocabile là dove il mutamento normativo sia intervenuto quando il contenzioso tra le parti non sia ancora sfociato in liti giudiziarie.
Cass. civ., Sez. U, Sentenza n. 6310 del 16/03/2010
 

In tema di estinzione del credito tributario, l'eccezione di prescrizione fondata sulla natura privatistica della pretesa non può ritenersi caducata per il fatto che, a seguito dell'inquadramento del caso controverso, da parte del giudice, nell'ambito di un rapporto di natura tributaria, è applicabile il diverso istituto della decadenza del potere impositivo, in quanto il principio di conservazione della domanda (e, quindi, della eccezione) comporta che, mutato il quadro normativo di riferimento, la volontà espressa dalla parte privata, fondata sul decorso del tempo senza l'adozione da parte dell'ente creditore di atti idonei a manifestare, in forma recettizia, la volontà di agire per il pagamento, muti anch'essa di qualificazione giuridica e possa, quindi, fermi gli stessi fatti, essere inquadrata nel corrispondente istituto di diritto tributario. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto che l'eccezione di prescrizione della pretesa impositiva, formulata con riferimento alla tariffa del sistema idrico integrato di cui agli artt. 13 e 14 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, potesse convertirsi in eccezione di decadenza del potere impositivo, soggetto al termine triennale di cui all'art. 290 del r.d. n. 1175 del 1931, anche a seguito dell'inquadramento della fattispecie nell'ambito di un rapporto di natura tributaria relativo al canone di fognatura e depurazione delle acque reflue, disciplinato dall'art. 17 della legge 10 maggio 1976, n. 319, applicabile "ratione temporis").
Cass. civ., sez. 5, Sentenza n. 2943 del 10/02/2010
 

Il canone di fognatura e di depurazione delle acque di cui agli artt. 16 e 17 della legge 10 maggio 1976, n. 319 - nella specie applicabili "ratione temporis" - è dovuto anche in relazione allo scarico delle acque pluviali e di lavorazione, da parte di uno stabilimento industriale, in un canale di bonifica che, a seguito di interventi di ristrutturazione, assuma, oltre all'originaria funzione di drenaggio delle acque meteoriche e di falda, quella di corpo idrico di recapito di scarichi fognari, essendo sufficiente, ai fini della debenza dell'imposta, tale seconda funzione, ancorchè non esclusiva e concorrente con quella di bonifica.
Cass. civ., sez. 5, Sentenza n. 3718 del 17/02/2010
 

Il canone di fognatura e di depurazione delle acque, previsto e disciplinato dagli artt. 16 e 17 della legge 10 maggio 1976, n. 319 - nella specie applicabili "ratione temporis" in relazione all'annualità 1998 - è un'entrata tributaria che ha quale presupposto impositivo un "facere" dell'Amministrazione comunale, consistente nell'istituzione e predisposizione degli impianti necessari per il relativo servizio e nella sua concreta fruibilità, attività che, una volta adempiuta, comporta l'obbligo di pagamento da parte dell'utente, a prescindere dall'effettivo utilizzo del servizio.
Cass. civ., sez. 5, Sentenza n. 265 del 12/01/2010
 

Il canone di fognatura e di depurazione delle acque relativo alle annualità 1997 e 1998 è disciplinato dagli art. 16 e ss. della legge n. 319 del 1976, normativa applicabile fino al 3 ottobre 2000, data dalla quale è entrato in vigore il servizio idrico integrato. Ne deriva che, fino alla data da ultimo indicata, per far sorgere l'obbligo del pagamento del canone è sufficiente che il comune abbia istituito e predisposto gli impianti necessari per il relativo servizio e che esso sia concretamente fruibile dall'utente, a prescindere dalla sua utilizzazione o meno per fatto del destinatario medesimo.
Cass. civ., sez. 5, Sentenza n. 26688 del 18/12/2009
 

In tema di grandi derivazioni di acqua pubblica, il canone per l'uso di riqualificazione di energia non deve essere individuato, per via di assimilazione, in base a quello previsto per "uso igienico ed assimilati"(e, quindi, calcolato sulla base del volume dell'acqua concessa e prelevata), posto che la lett. g) dell'art. 6 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, come sostituito dall'art. 1 del d.lgs. 12 luglio 1993, n. 275, prende in espressa considerazione la "grande derivazione" concessa per il menzionato scopo di riqualificazione, così da doversi escludere il ricorso alla norma di chiusura di cui alla lett. g) del comma 1 dell'art. 18 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, la quale, nel considerare l'anzidetto uso igienico, contempla anche "tutti gli usi non previsti dalle precedenti lettere", senza che in quest'ultime si rinvenga, però, l'uso a scopo di riqualificazione, il quale non trova, comunque, alcuna attinenza, logica ed economica, con l'"uso igienico". Ne consegue che la genericità dello "scopo" (appunto, "riqualificazione di energia") impone di tener conto, ai fini della determinazione del canone, della specifica utilizzazione "energetica" delle "scorte idriche" assentite e, quindi, di determinare il canone in ragione di quella utilizzazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato, correggendone la motivazione, l'impugnata sentenza del TSAP che aveva ritenuto legittimo il regolamento della Regione Piemonte sulla "misura dei canoni regionali per l'uso di acqua pubblica", il quale prevedeva il pagamento di un canone annuo per l'uso "riqualificazione dell'energia" dell'acqua pubblica concessa all'Enel Produzione S.p.a., determinato sulla base di 0,70 euro per ogni chilowatt di potenza nominale di pompaggio).
Cass. civ., sez. U, Sentenza n. 23548 del 06/11/2009

 

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